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J. Pilates all’epoca dell’epidemia spagnola

Quando nel 1918 la famigerata epidemia di influenza spagnola uccise migliaia di persone, Pilates ebbe modo di notare che nessuno di coloro che si erano sottoposti al suo training fisico era incorso nel contagio.
Ancora oggi si cura il sintomo e non si pensa ad educare le persone a ciò che può prevenire la causa. Non ho visto una pubblicità sull’alimentazione, il fumo, stili di vita ma sopratutto sullo sport ed il benessere/rafforzamento che ha sul sistema immunitario.
Chiudono le palestre, ci confinano in casa..
tutto il contrario di ciò che serve ad un corpo “sano” per restare in salute e vivere bene.
In un’era di ipocondria assoluta, la premura più grande dovrebbe essere la prevenzione tramite alimentazione ed attività fisica.
La prevenzione vera non è quella che ci stanno imponendo, al massimo è un sistema di contenimento.
A voi le considerazioni.

Il Signor Pilates

Joseph Hubertus Pilates nacque a Mönchengladbach, vicino a Düsseldorf nel 1880, soffriva di asma, rachitismo e febbre reumatica.

Era di quei bambini che in una gara di corsa arrivano ultimi, in una lite quello che le prende, così debole e malaticcio da rimanere sempre indietro…

Con la consapevolezza dei suoi tantissimi limiti fisici, trovò la forza interiore ed iniziò da quattordicenne la pratica del body-building, per sopperire alla sua gracile costituzione fisica, ed iniziò ad avvicinarsi e sperimentare così numerose discipline sportive; da ognuna di esse ne trasse il meglio, trasformando le sue esperienze in vere e proprie ricerche sul movimento.

Lo studio dell’anatomia e lo sviluppo muscolare diventarono così studio e parte integrante della sua adolescenza.

Nel 1912 si trasferì in Inghilterra, dove intraprende la sua carriera si Istruttore di autodifesa e altri sport da combattimento, oltre a coltivare un personale interesse per la ginnastica acrobatica.

Durante la Prima Guerra Mondiale venne internato nel campo di prigionia di Lancaster assieme ad altri connazionali, qui non si perse d’animo e organizzò l’allenamento proprio e dei suoi compagni.

Nel 1818 una terribile influenza epidemica uccise miglia di inglesi, ma nessuno di quelli che si sottoposero al suo metodo di allenamento.

Più tardi venne trasferito sull’ Isola di Man dove si immerse in una realtà completamente diversa: soldati reduci dalla battaglia devastati dalle ferite, debilitati dalle malattie, immobilizzati da mesi. Decise così di darsi da fare e costruire macchinari (con ciò che aveva: telai di letti, molle…) utili alla riabilitazione dei soldati.

Tornò poi, nei primi anni Venti, in Germania, dove continuò ad ideare attrezzature per la rieducazione posturale, di cui alcune tutt’oggi in uso.

La sua professione lo portò ad Amburgo a lavorare presso il Corpo di Polizia locale come addestratore fisico.

In questo periodo conobbe Rudolf Van Laban, danzatore e teorico della danza, il quale incorporò parte del lavoro di Pilates nell’impostazione del proprio insegnamento.

Nel 1925 l’insegnamento del metodo Pilates divenne molto popolare tanto che il Governo tedesco lo invitò a seguire personalmente il piano di allenamento del nuovo esercito tedesco. Proprio a questo punto decise che era tempo di partire per gli Stati Uniti d’America.

Emigrò a New York e durante la traversata conobbe un’infermiera di nome Clara, che successivamente divenne sua moglie.

Aprì uno studio di formazione nell’edificio del New York City Ballet, qui cominciò a codificare i principi della sua tecnica cardine. Nei primi anni ’60 annoverò tra i suoi clienti numerosi ballerini, tra cui George Balanchine e Martha Graham, fece ingresso così nel mondo della danza, instaurando un rapporto destinato a durare fino ad oggi; ciò spiega come, a torto, si è spesso associata la tecnica al solo mondo della danza.

Pilates chiamò il suo lavoro “Controllogy”, facendo riferimento al meccanismo indotto dal metodo che incoraggia l’uso della mente sul controllo del sistema muscolo-scheletrico.

Joseph Hubertus Pilates morì a New York nel 1967, all’ età di 87 anni.